martedì 19 febbraio 2008

Gli schiavi nell'antica Roma e le premesse della rivolta di Spartaco di Emilio Isolda

Ma come si è arrivati alla rivolta di Spartaco? Quali furono le circostanze che portarono gli schiavi a ribellarsi? E in definitiva chi erano questi schiavi? Quale il loro ruolo e la loro funzione? E poi tutti i gladiatori erano degli schiavi?
Bene. Per dare risposa a queste ed ad altre domande bisogna fare un passo indietro e perciò allargare ed abbracciare con lo sguardo un fenomeno estremamente importante e molto diffuso nella Roma tardo repubblicana, fenomeno che era però, non bisogna dimenticarlo, cominciato molti secoli addietro e che proseguirà fino a quando il Cristianesimo pose fine a tale pratica.
Dobbiamo prima di tutto sgombrare il campo dagli equivoci e non giudicare la schiavitù in base al nostro retaggio culturale e a quello che amo definire il nostro panorama culturale.
Dobbiamo invece cercare di calarci totalmente nella realtà di quell’epoca. Non va dimenticato che i fatti che stiamo prendendo in esame si svolsero più 2000 anni fa, praticamente un abisso.
Gli schiavi erano uno dei motori principali dell’economia romana. C’erano schiavi di tutte le nazionalità e anche, almeno per un certo periodo limitato di tempo, cittadini romani che caduti in disgrazia e oberati dai debiti cadevano in schiavitù. Ma questo stato di cose, almeno per gli schiavi cittadini di Roma. ebbe termine nel 226 a.C. quando la rivolta della plebe costrinse letteralmente il senato, asserragliato davanti alla Curia (sede appunto del senato romano), ad abolire la schiavitù per debiti.
Gli schiavi a Roma quindi per la maggior parte erano stranieri e giungevano dai numerosi bottini di guerre. Bisogna dire però che gli schiavi, dopo le numerosissime guerre affrontate da Roma alla metà del II secolo a. C., divennero assolutamente necessari e forse i soli, in alcuni casi, a condurre quell’attività agricola che era il motore principale di tutta l’economia romana in età repubblicana. Gli schiavi giungevano a Roma dalle terre assoggettate al potere da parte di Roma e venivano venduti, con grande guadagno, da parte dello Stato romano. Una volta giunti a Roma questi erano venduti in pubbliche piazze nei mercati di Roma e in altre città italiche. A comprarli erano i cittadini romani ma anche, questo soprattutto nel II a. C., veri e propri impresari di schiavi, impresari che possiamo equiparare per la loro funzione ai nostri “caporali” che radunano la manovalanza irregolare per l’edilizia, uso un termine attualissimo ma penso che dia bene l’idea di ciò che io voglia qui dire. Questi impresari-caporali compravano questi schiavi e poi organizzavano delle vere e proprie compagnie di schiavi che erano venduti alle aziende agricole sparse in tutto il territorio romano. Gli schiavi potevano essere poi trasferiti da un’azienda ad un’altra in base alle necessità occasionali di quest’ultime. Gli schiavi vivevano in ripari di fortuna, chiamate dai romani ergastula, donde il nome di ergastolo, la pena più severa che esiste in Italia oggi.
La condizione degli schiavi era assolutamente, come possibile immaginare, degradante e umiliante. Questa condizione era riservata però non a tutti gli schiavi ma a coloro che lavoravano la terra e che quindi non vivevano nella casa del pater familias. Il discorso è molto diverso per chi invece, schiavo, viveva a stretto contatto con la famiglia cui faceva da servitore. Anzi sappiamo dalle fonti che una delle pratiche più comuni che riguardavano gli schiavi era quella della manumissio ossia l’affrancamento dello schiavo dalla sua condizione. Come si può ben capire la manumissio era concessa a quegli schiavi che dopo anni ed anni di onorato servizio avevano raggiunto una tale fiducia da parte del padrone che potevano oramai guadagnare la loro libertà. La manumissio poi portava al conseguente status libertatis, cioè stato di liberto…condizione di libertà. Questa era l’eccezione. La regola era una vita da miserabile. Gli schiavi erano considerati non persone, ma alla stregua di animali o di cose. Il mangiare assolutamente poco e di poco valore nutritivo; i vestiti erano praticamente pochi stracci messi in malo modo per coprire e non per proteggere dal clima. Il desiderio di riscattarsi doveva essere insito quindi nell’animo di ciascuno di questi poveri uomini. Le ribellioni, almeno quelle degne di considerazione, sono state tre e sono conosciute con il nome di guerre servili. Le prime due scoppiarono in Sicilia e tutte nella zona di Enna. La prima nel 135 a. C. guidata da uno schiavo di nome Euno ma che venne soffocata nel sangue dal console Publio Rupilio. La seconda scoppiata nel 104 a. C. sempre, come abbiamo detto, ad Enna. Questa fu guidata da uno schiavo di nome Salvio, originario della Cilicia e alla morte di questi ripresa da Atenione. La ribellione fu soffocata dal console Aquilio. L’ultima rivolta è quella più famosa e fece davvero tremare Roma. È la rivolta di Spartaco. Di questa però parleremo un altro giorno. Un caro saluto a tutti.

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