lunedì 5 ottobre 2009
Intermezzo. Il monastero indonesiano
Dicono che in Indonesia, purtroppo non sono riuscito a farmi raccontare in quale luogo della regione sia collocato, ci sia un tempio dove risiedono dei monaci buddisti. Questi monaci hanno avuto non so bene da chi il dono di conservare tutte le nostre vite, le nostre storie, i nostri anni passati. Sembra assolutamente incredibile ma i monaci del monastero indonesiano sanno tutto di te e di qualsiasi altra persona che sia esistita sulla terra, ma non per ciò che riguarda il futuro, cosa che non risulterebbe di per sè molto strana, ma per quel che riguarda la vita passata. Di questa vita loro sanno tutto, anche i dettagli più piccoli e insignificanti, persino quegli attimi di vita che hai definitivamente cancellato dalla tua memoria. Conservano tutte le notizie delle nostre vite in fogli di pergamena resistenti, che sono arrotolati e conservati in grandi armadi. L'accesso a questi armadi è consentito solo ai monaci del monastero. Ho ascoltato con molto interesse amici e colleghi riferirmi di questo monastero e mi hanno sempre invitato ad andarci con loro. Ho sempre rifiutato nonostante l'idea mi invogliasse molto. Ciò che mi ha sempre colpito è l'assoluta certezza e sicurezza delle persone che mi raccontavano di questi monaci, di questo monastero e della sua caratteristica per così dire 'mnemonica'. Non so perchè ma per ora non voglio andarci. I loro racconti sono stati così veritieri che mi hanno quasi spaventato e intimorito. Ma più avanti nel tempo, io troverò quel monastero. Non sono pronto ancora. Gli amici mi hanno raccontato che quando entri nel cortile del monastero, un monaco vestito con una tunica rossa si avvicina a te senza dire alcuna parola. Poi ti saluta e fa una sorta di inchino. Inaspettatamente ti abbraccia affettuosamente e poi dice:"Vieni, ti stavamo aspettando". Ti fanno accomodare in una grande sala rossa e ti fanno sedere su un gran cuscino, sempre di colore rosso, collocato al centro della sala e poi i monaci si siedono per terra, formando un cerchio intorno a te. Il numero dei monaci, lo so è incredibile, non nascondo che anche io stento a crederci, non è dato dal caso ma corriponde al numero dei tuoi anni fino a quel momento. Dopo averti fatto sedere ti offrono del buon the indonesano di quelli forti alle erbe e poi iniziano, anno per anno e monaco per monaco a raccontare la tua storia dalla nascita fino all'entrata nel cortile del monastero. Non so se ciò sia falso o sia vero ma quello che so di certo e che io andrò, se la salute me lo consentirà, tra una decina d'anni, quando avrò raccolto una somma cospicua di denaro, alla ricerca di quel monastero e berrò seduto del buon the tra quei monaci sentendo sciorinare da loro tutta la mia vita dall'inizio alla fine. Non avere nemmeno un fine, uno scopo nella vita è molto banale e senza senso. Il mio scopo nella vita sarà quello di rintracciare quel monastero e quei monaci. Nient'altro. Emilio Isolda
lunedì 8 dicembre 2008
La guerra del Peloponneso di Emilio Isolda
La guerra del Peloponneso
1. Introduzione
Ho deciso di rendere condivisibile a tutti i miei amici archeologi alcuni articoli che ho scritto sul mio blog. Sperando di fare cosa gradita e utile vi auguro una buona serata.
Ho deciso di intitolare questa serie di nostri incontri non con il titolo, forse più allettante di Sparta e Atene, ma con il titolo La guerra del Peloponneso perché si tratta di una guerra che vide contrapposte non solo le città di Sparta e Atene ma moltissime città della Grecia.
Dove ci troviamo? Siamo in Grecia. In quale periodo? Siamo nel V secolo a. C. e più precisamente siamo tra il 431 a. C. e il 404 a. C. ed è proprio in questo arco temporale che si dipana la Guerra del Peloponneso. Una delle guerre più famose dell'antichità.
Sparta e Atene, dunque, simbolo di due visioni del mondo contrapposte. Sparta con la sua propensione alla guerra, alla frugalità, Atene, con la ricerca infinità, spasmodica del bello e dell'armonia, che inventò la forma politica della democrazia e che più di ogni altra cosa ha influenzato il nostro modo di fare e soprattutto di vedere le cose.
50 anni prima, (nel 490 a.C. e poi nel 480 a. C.) Sparta e Atene erano alleate e con loro tante città greche, per far fronte comune contro il grande nemico persiano. Fu Sparta a guidare i Greci, ma non a Maratona (nel 490 a.C.) in cui gli Spartani non arrivarono in tempo ma a Salamina (480 a. C.) e a Platea (479 a.C.). I Greci sconfissero i Persiani soprattutto grazie all'esercito spartano. Ma come mai queste due città, Sparta e Atene, da alleate divennero acerrime nemiche? Perché alla base c'era una vocazione completamente diversa delle due città.
Infatti, mentre Sparta riteneva conclusa la propria missione avendo sconfitto i Persiani, Atene ritiene che invece sia possibile continuare la lotta contro i Persiani fino alla creazione dell'Impero ateniese con la fondazione della Lega Delio-Attica una federazione di città con a capo Atene che vede tutte le città della Grecia raccolte sotto il suo controllo.
Ma per partecipare a questa federazione gli alleati dovevano pagare un contributo alla città di Atene, il phòros. Un contributo in denaro che serviva soprattutto per mantenere la formidabile flotta navale ateniese e della Lega. Questo con l'intento di tenere alta la guardia contro i Persiani. Un po' alla volta la pressione persiana diminuisce, ma il phoròs no. Infatti le città della Lega furono obbligate a pagare il contributo in denaro ad Atene anche se la minaccia persiana era svanita. Gli Ateniesi cominciano a impiegare questo denaro all'interno della propria città, proiettando le loro mira all'interno della Grecia, verso Nord, mirando alla Beozia. Anzi nel 454 a. C. il tesoro della Lega Delio-Attica fu spostato da Delo ad Atene. Non è un caso che a partire dall’anno 447 a. C. si dà l’avvio alla grandiosa sistemazione dell’Acropoli di Atene con, in sequenza cronologica: costruzione del Partenone da parte di Callicrate e Ictino (447 a. C – 438 a. C.); costruzione dei Propilei da parte di Mnesicle (437 a. C. – 433 a. C.); costruzione del Tempio di Atena Nike (430 a. C. – 420 a. C.); costruzione dell’Eretteo (iniziato nel 421 a. C. ma terminato nel 409 a. C.).
Ritorniamo al contributo che le città alleate dovevano dare ad Atene. Si sa che pagare non fa mai piacere a nessuno e le città della Lega, divenute suddite di Atene, misero in atto delle vere e proprie rivolte cercando di uscire dalla Lega. I primi che si ribellarono furono i Sami e gli Eubei. Ma ogni rivolta viene duramente repressa da Atene con le armi e la città dell'Attica obbliga le città rivoltose a continuare a pagare il phoròs, la tassa per il mantenimento della Lega di Delo.
Ad Atene è intanto in atto una vasta e capillare riorganizzazione del sistema di gestione della cosa pubblica, un sistema che vedeva come parte integrante il cittadino, qualsiasi cittadino che tramite il sorteggio poteva partecipare, come magistrato, alla vita politica e decisionale della città. Ovviamente le magistrature più importanti, quelle militari, finanziarie e religiose erano conferite tramite elezioni, per alzata di mano. E' la democrazia radicale ateniese. Un sistema in perenne movimento e in un certo senso intraprendente, dinamico, espansivo, che tende ad andare verso il fuori.
A Sparta invece il sistema della gestione della cosa pubblica è rimasto bloccato. Sparta dopo la conquista della Messenia, regione a Ovest della Laconia (la regione dove si trova Sparta), ha posto in essere una struttura politica in cui un piccolo gruppo di famiglie controlla un territorio sterminato. Si tratta di un sistema di alleanze tra famiglie che doveva garantire il mantenimento della regione del Peloponneso, la regione più fertile della Grecia, in mano agli Spartani.
E' il sistema oligarchico spartano. Un sistema perennemente statico, duro, chiuso, che tende a restare verso l'interno.
Dunque assistiamo a due movimenti uno, quello di Atene, proiettato verso l'esterno, l'altro, quello di Sparta, bloccato verso l'interno. Sarà, ma lo vedremo meglio più avanti proprio il movimento verso l'esterno, messo in moto da Atene, una delle cause della Guerra del Peloponneso. Per ora fermiamoci qui. Continueremo tra pochi giorni. Buona serata.
Emilio Isolda pubblicato l'8 dicembre del 2008
Ho deciso di rendere condivisibile a tutti i miei amici archeologi alcuni articoli che ho scritto sul mio blog. Sperando di fare cosa gradita e utile vi auguro una buona serata.
Ho deciso di intitolare questa serie di nostri incontri non con il titolo, forse più allettante di Sparta e Atene, ma con il titolo La guerra del Peloponneso perché si tratta di una guerra che vide contrapposte non solo le città di Sparta e Atene ma moltissime città della Grecia.
Dove ci troviamo? Siamo in Grecia. In quale periodo? Siamo nel V secolo a. C. e più precisamente siamo tra il 431 a. C. e il 404 a. C. ed è proprio in questo arco temporale che si dipana la Guerra del Peloponneso. Una delle guerre più famose dell'antichità.
Sparta e Atene, dunque, simbolo di due visioni del mondo contrapposte. Sparta con la sua propensione alla guerra, alla frugalità, Atene, con la ricerca infinità, spasmodica del bello e dell'armonia, che inventò la forma politica della democrazia e che più di ogni altra cosa ha influenzato il nostro modo di fare e soprattutto di vedere le cose.
50 anni prima, (nel 490 a.C. e poi nel 480 a. C.) Sparta e Atene erano alleate e con loro tante città greche, per far fronte comune contro il grande nemico persiano. Fu Sparta a guidare i Greci, ma non a Maratona (nel 490 a.C.) in cui gli Spartani non arrivarono in tempo ma a Salamina (480 a. C.) e a Platea (479 a.C.). I Greci sconfissero i Persiani soprattutto grazie all'esercito spartano. Ma come mai queste due città, Sparta e Atene, da alleate divennero acerrime nemiche? Perché alla base c'era una vocazione completamente diversa delle due città.
Infatti, mentre Sparta riteneva conclusa la propria missione avendo sconfitto i Persiani, Atene ritiene che invece sia possibile continuare la lotta contro i Persiani fino alla creazione dell'Impero ateniese con la fondazione della Lega Delio-Attica una federazione di città con a capo Atene che vede tutte le città della Grecia raccolte sotto il suo controllo.
Ma per partecipare a questa federazione gli alleati dovevano pagare un contributo alla città di Atene, il phòros. Un contributo in denaro che serviva soprattutto per mantenere la formidabile flotta navale ateniese e della Lega. Questo con l'intento di tenere alta la guardia contro i Persiani. Un po' alla volta la pressione persiana diminuisce, ma il phoròs no. Infatti le città della Lega furono obbligate a pagare il contributo in denaro ad Atene anche se la minaccia persiana era svanita. Gli Ateniesi cominciano a impiegare questo denaro all'interno della propria città, proiettando le loro mira all'interno della Grecia, verso Nord, mirando alla Beozia. Anzi nel 454 a. C. il tesoro della Lega Delio-Attica fu spostato da Delo ad Atene. Non è un caso che a partire dall’anno 447 a. C. si dà l’avvio alla grandiosa sistemazione dell’Acropoli di Atene con, in sequenza cronologica: costruzione del Partenone da parte di Callicrate e Ictino (447 a. C – 438 a. C.); costruzione dei Propilei da parte di Mnesicle (437 a. C. – 433 a. C.); costruzione del Tempio di Atena Nike (430 a. C. – 420 a. C.); costruzione dell’Eretteo (iniziato nel 421 a. C. ma terminato nel 409 a. C.).
Ritorniamo al contributo che le città alleate dovevano dare ad Atene. Si sa che pagare non fa mai piacere a nessuno e le città della Lega, divenute suddite di Atene, misero in atto delle vere e proprie rivolte cercando di uscire dalla Lega. I primi che si ribellarono furono i Sami e gli Eubei. Ma ogni rivolta viene duramente repressa da Atene con le armi e la città dell'Attica obbliga le città rivoltose a continuare a pagare il phoròs, la tassa per il mantenimento della Lega di Delo.
Ad Atene è intanto in atto una vasta e capillare riorganizzazione del sistema di gestione della cosa pubblica, un sistema che vedeva come parte integrante il cittadino, qualsiasi cittadino che tramite il sorteggio poteva partecipare, come magistrato, alla vita politica e decisionale della città. Ovviamente le magistrature più importanti, quelle militari, finanziarie e religiose erano conferite tramite elezioni, per alzata di mano. E' la democrazia radicale ateniese. Un sistema in perenne movimento e in un certo senso intraprendente, dinamico, espansivo, che tende ad andare verso il fuori.
A Sparta invece il sistema della gestione della cosa pubblica è rimasto bloccato. Sparta dopo la conquista della Messenia, regione a Ovest della Laconia (la regione dove si trova Sparta), ha posto in essere una struttura politica in cui un piccolo gruppo di famiglie controlla un territorio sterminato. Si tratta di un sistema di alleanze tra famiglie che doveva garantire il mantenimento della regione del Peloponneso, la regione più fertile della Grecia, in mano agli Spartani.
E' il sistema oligarchico spartano. Un sistema perennemente statico, duro, chiuso, che tende a restare verso l'interno.
Dunque assistiamo a due movimenti uno, quello di Atene, proiettato verso l'esterno, l'altro, quello di Sparta, bloccato verso l'interno. Sarà, ma lo vedremo meglio più avanti proprio il movimento verso l'esterno, messo in moto da Atene, una delle cause della Guerra del Peloponneso. Per ora fermiamoci qui. Continueremo tra pochi giorni. Buona serata.
Emilio Isolda pubblicato l'8 dicembre del 2008
2. Le cause della guerra del Peloponneso
Quali sono le cause che scatenarono la guerra? Di chi fu la responsabilità maggiore? Ci sono due linee di responsabilità. Una responsabilità indiretta e una diretta. Ma entrambe scatenate e provocate da Atene. La responsabilità indiretta sta nella creazione di un vero e proprio impero creato da Atene dopo le guerre persiane (490 a. C.-479 a. C.). Dopo il 479 a. C. e dopo le battaglie di Platea e di Micale gli Spartani si ritirarono nella Laconia, da dove provenivano, mentre gli Ateniesi continuarono a combattere i Persiani. Gli Ateniesi portando avanti il vessillo della cacciata dei barbari piano piano riuscirono ad influenzare politicamente prima e ad assoggettare militarmente poi molte isole e molte città greche. Questo anche quando non c'era più il pericolo dell'invasione dei Persiani. Si addivenne così alla creazione della Lega Delio-Attica nel 477 a. C. Si tratta di un patto federativo tra Atene e varie città greche soprattutto isole e città che si affacciavano sull'Egeo. Era un vero e prorpio impero quello creato da Atene. Chi aderiva alla lega doveva contribuire o con l'invio di navi o con il pagamento di una tassa, questo tributo ammontava a 460 talenti (per avere un'idea della cifra basti pensare che la costruzione del Partenone, davvero costosissimo, comportò l'esborso di 470 talenti). Questa la causa indiretta. Ma veniamo alla causa diretta, quella che fece scoppiare la guerra oramai inevitabile, proprio per la causa indiretta e cioè dell'eccessivo ampliamento da parte degli Ateniesi e del loro impero. Corcira, colonia Corinzia, si trova in contrasto con una sua colonia Epidamno e quindi una subcolonia di Corinto. Ad Epidamno i democratici cacciano gli oligarchici e questi esiliati chiedono aiuto a Corcira che però rifiuta di aiutarli. Allora si rivolgono direttamente alla madre patria Corinto che decide di intervenire. Ma sebbene Corcira sia colonia corinzia era oramai indipendente, sviluppata enormemente per via della sua invidiabile posizione mercantile di passaggio tra Grecia e Italia. Dunque questo intervento, sentito legittimo dai Corinzii, viene visto come un'interferenza intollerabile dai Corciresi. Nel 435 a. C. i Corinzii mandano una piccola flotta ma vengono sconfitti dai Corciresi. Ma nel 433 a. C. i Corinzii preparano una flotta molto più numerosa per sancire e stabilire definitivamente i loro diritti su Corcira. A questo punto spaventati per la disparità delle forze in campo i Corciresi chiamano gli Ateniesi in loro aiuto contro Corinto. Atene da una parte vuole assolutamente intervenire per via dell'invidiabile posizione mercantile di Corcira, ma dall'altra parte è ben conscia che scatenare una guerra contro i Peloponnesiaci sarebbe un grandissimo azzardo e soprattutto comporterebbe conseguenze imprevedibili. Allora cosa fanno gli Ateniesi? Diciamo che intervengono e non intervengono: mandano cioè una flotta per così dire di osservazione al fine di presenziare, senza intervenire, allo scontro tra Corciresi e Corinzii. Lo scontro avviene alle isole Sibota. I Corinzii riescono ad avere questa volta la meglio. Ma le 20 triremi ateniesi si avvicinano minacciose perchè i loro alleati Corciresi hanno la peggio. Alla vista delle triremi ateniesi i Corinzii si ritirano senza nemmeno cercare di combattere. Eppure le triremi ateniesi erano solo 20 quelle dei Corinzii ben 80. Perchè dunque scappano? Perchè le triremi ateniesi erano davvero navi da guerra. Gli Ateniesi erano forti di decenni di preparazione e di lotte sui mari, il loro infatti era un impero marittimo, fondato sulla invincibilità e la preparazione della flotta navale. I Corinzii, come del resto tutti i Peloponnesiaci, erano invece veramente impreparati sul mare ma forti sulla terraferma. Per la mentalità di quel tempo i Corinzii erano legittimati a punire la loro colonia ribelle, Corcira, ma l'intervento degli Ateniesi non lo permise. Questo intervento fu ritenuto dai Peloponnesiaci a tutti gli effetti una indebita intromissione in affari tra madre patria e colonia. I Corinzii si allontanarono dalle navi ma radunatisi a poppa, cioè nelle parti posteriori delle loro navi, mandavano bestemmie, urla, insulti di ogni genere contro gli Ateniesi, promettendo loro che si sarebbero vendicati presto di tale offesa.
Emilio Isolda pubblicato il 9 settembre 2009
3. Inizia la guerra
In tutte le guerre c'è bisogno di un evento iniziale che fa scatenare le ostilità. Un evento di solito interpretato e sentito come assolutamente arbitrario e sconvolgente. La guerra tra Sparta ed Atene non fa eccezione. La guerra comincia in Beozia con un attacco dei Tebani contro gli abitanti di Platea, quest'ultima da sempre fedelissima di Atene. Nella primavera del 431 a. C. 300 Tebani irrompono nella città di Platea con l'intento di mutarne l'ordinamento politico. Platea era governata da democratici mentre Tebe e Sparta avevano un ordinamento oligarchico. Da sempre Sparta e in minor misura anche Tebe sentivano l'ordinamento democratico come ostile o meglio come un freno al sistema delle alleanze che questi potevano instaurare con l'oligarchia. Fu per rovesciare questo sistema democratico che i Tebani attaccarono Platea, scatenando subito l'ira di Atene che certo non si era dimenticata del valoroso aiuto che Platea le diede durante la guerra contro i Persiani. Guerra che per un bizzarro caso del destino ebbe termine proprio nella citta di Platea con la battaglia del 479 a. C. Evidentemente Platea agli occhi degli Elleni, e in misura maggiore agli occhi degli Ateniesi, aveva ancora un forte richiamo simbolico. Ma l'incursione dei Tebani non va a buon fine perchè i Palteesi resistono e riescono ad organizzare una difesa. Anzi i 300 Tebani vengono rinchiusi in una casa e aconvinti alla resa. Ma i Plateesi si vendicano e proditoriamente, secondo i Tebani perchè vengono meno alle condizioni della resa, li uccidono tutti. La guerra inizia. Platea viene assediata dall'esercito della Lega del Peloponneso, accorso in aiuto ai Tebani, aprendo così un primo fronte di guerra. Un altro fronte si apre nella primavera del 431 a. C. in Attica che vede l'invasione dell'esercito dei Peloponnesiaci.
Il comandante degli Ateniesi, lo stratega Pericle aveva previsto questa invasione. Il suo piano era quello di lasciare i campi incolti ai Peloponnesiaci e far rifugiare tutta la popolazione dell'Attica ad Atene all'interno delle Lunghe Mura che collegavano Atene ai suoi porti il Pireo ed il Falero. Ciò trasforma in un colpo Atene in una sorta d'isola.
Atene scegli il mare, Sparta la terra. Tutta la guerra si gioca su questo scontro, su questo dualismo. Sparta che invade via terra e Atene che danneggia il territorio dei peloponnesiaci con incursioni via mare. Questa strategia la si deve al sistema difensivo degli Ateniesi grazie alle loro Lughe Mura. Le lunghe Mura furono costruite sotto la strategia di Temistocle intorno al 450 a. C. cioè una ventina d'anni prima.
Il primo anno di guerra tutto sommato dà ragione alla strategia di Pericle. Infatti Atene ha retto bene e i danni apportati dalle navi degli Ateniesi alle città delle coste Peloponnesiache sono di gran lunga maggiori di quelli provocati dall'invasione dell'Attca da parte degli Spartani e dei loro alleati.
Il secondo anno di guerra vede ancora l'invasione degli Spartani guidati dal loro re Archidamo e il rintanarsi degli Ateniesi dietro le loro Lunghe Mura. Ma ogni assedio è sempre un dramma e quello di Atene fu un vero e proprio assedio. Nell'antichità, ed almeno fino al Medioevo, le guerre e le battaglie venivano sancite dagli assedi e dalla resa, di solito per fame e per sete degli assediati. Ma durante gli assedi le malattie, grazie al contatto così ravvicinato, si sprigionano e si propagano velocemente. Ed infatti nel 430 a. C. scoppia ad Atene, all'interno delle sue Lunghe Mura, una terribile peste. La peste viene dall'Egitto ma le condizioni igieniche pessime facilitano la sua propagazione.
Ricordiamo che Atene stava a sua volta assediando Potidea e incredibilmente, per dar man forte agli Ateniesi che assediavano Potidea, vengono mandati dei rinforzi, degli aiuti. Aiuti che però contagiano a loro volta gli Ateniesi che combattevano a Potidea. Nell'inverno tra il 430 e il 429 a. C. finalmente per gli Ateniesi avviene la resa di Potidea. Una prima vittoria ateniese.
Ma il secondo anno della Guerra del Peloponneso non è ricordato per la vittoria degli Ateniesi su Potidea, facendo capire che è quasi impossibile sfuggire dalla sua cerchia di alleanze senza andare incontro a gravi sanzioni, ma viene ricordato per la morte di Pericle, caduto vittima anche lui della peste ateniese. Noi non cadremo nel vortice delle ipotesi sciorinate da storici e commentatori postumi di come la guerra sarebbe andata avanti se Pericle non fosse morto durante la peste. Noi ci atteniamo ai fatti e non alle ipotesi.
In ogni modo è certo che un grande stratego viene meno e gli Ateniesi perdono uno dei loro capi fondamentali e carismatici. La guerra si sposta ora nel golfo di Corinto, importantissimo per il commercio e per il passaggio e il trasporto delle merci sulle navi. Gli Ateniesi vogliono perciò bloccare il golfo. I Peloponnesiaci accorrono con 50 navi mentre Atene arriva con 40 navi comandate da Formione. Nonostante la superiorità numerica gli Spartani e gli alleati vengono sconfitti. Ciò sta a dimostrare la grande superiorità e la grande esperienza degli Ateniesi nell'arte della guerra navale. Corinto viene in qualche modo accerchiata e come bloccata dalla presenza degli Ateniesi. I Corinzi ovviamente serberanno per tale motivo sempre moltissimo astio e rancore nei confronti degli Ateniesi.
Se dovessmo fare un piccolo riassunto si potrebbe dire che i primi anni della Guerra del Peloponneso vedono Atene difendersi egregiamente e sferrare attacchi vittoriosi. Dall'altra parte invece Sparta e i suoi alleati peloponnesiaci arrancano e subiscono dure sconfitte. Ciò che però dimostrano questi primi anni di guerra è l'assoluta padronanza degli Ateniesi nell'arte del comando, della guerra e nella tattica militare. Invece Sparta si è dimostrata assolutamente incapace a governare gli eventi e a gestire le situazioni tattico-militari e questo nonostante abbia una superiorità numerica davvero schiacciante.
Atene fa sentire la sua predisposizione a quello che più sopra ho chiamato "movimento verso l'esterno" che l'ha portata per anni a fare guerre e a padroneggiare la tattica militare; dall'altra parte Sparta paga invece quello che abbiamo chiamato sempre più sopra "movimento verso l'interno", cioè una sorta di chiusura che per secoli ha improntato la vita degli Spartani, raramente alle prese con eventi bellici.
Il 428 a. C., il quarto anno di guerra, si apre con la rivolta della città di Mitilene, sull'isola di Lesbo. Si scatena dunque lo scontro tra Sparta ed Atene per il controllo dell'isola di Lesbo. Gli eventi che scaturiranno da questo scontro saranno veramente importantissimi per l'esito della Guerra del Peloponneso. Del perchè di questo però lo vedremo la prossima volta. Un caro saluto.
Emilio Isolda pubblicato il 15 febbraio 2010
mercoledì 3 dicembre 2008
Buonasera a tutti. Sono ritornato. Era da un po' che non mi facevo sentire. Ultimamente sono stato un po' impegnato. Cercherò di rifarmi. Mi sembra che vi avevo lasciati con la vicenda abbastanza entusiasmante di Spartaco e della sua rivolta. A breve tratterò di un'altra storia molto appassionante cioè quella della Guerra del Peloponneso che vide lo scontro tra due formidabili città dell'antica Grecia, senza di dubbio le più rappresentative, diventate oramai quasi dei simboli, l'una, Atene per aver dato l'avvio ad una forma di amministrazione della cosa pubblica che va sotto il nome di democrazia, l'altra, Sparta, per il suo carattere duro, incisivo, oplitico e improntato alla guerra. Vedremo quanto di ciò sia luogo comune e quanto invece sia verità andando a guardare in quel luogo in cui, e soltanto lì, possiamo trovare risposte alle nostre domande, cioè alle fonti in questo caso Tucidide, il Vecchio Oligarca, Plutarco, Senofonte...Ne parleremo con calma più avanti.....ora non mi resta che augurarvi una dolce notte. A presto.
domenica 15 giugno 2008
La rivolta di Spartaco di Emilio Isolda
Eccoci dunque arrivati alla rivolta di Spartaco. Abbiamo detto che ci troviamo nel 73 a. C. e siamo a Capua, al tempo una delle più importanti città romane del Sud Italia. Precisamente ci troviamo nei pressi dell'anfiteatro di Capua, nella scuola per gladiatori gestita da un lanista, un certo Cornelio Lentulo Batiato. Spartaco, insieme ai suoi compagni, uccise le guardie che presidiavano la scuola e con gli altri gladiatori si diresse verso la campagna che portava a Napoli. Durante il tragitto però Spartaco non disdegnò di fare qualche rapina e procurarsi del danaro tramite scorrerie ai danni della popolazione. Roma restò a guardare, indifferente. Fino a quando venne mandato da Roma, per sconfiggere la minaccia Spartaco, Caio Clodio con le sue legioni. Ma l'astuto Spartaco riuscì ad impadronirsi, grazie ad un'imboscata, di numerose armi tolte a dei soldati romani. Spartaco e i suoi si rifugiarono sul Vesuvio. Clodio lo aspettava all'imbocco dell'unica strada che permetteva di scendere dal vulcano. Con un'azione spettacolare Spartaco e gli schiavi si calarono con delle corde in un burrone prendendo così alle spalle i soldati romani e disperdendoli. Fu il primo scacco, e non l'ultimo, che Spartaco inflisse a Roma. Poca cosa rispetto a quello che doveva succedere di lì a poco. Infatti, Spartaco risucì a sconfiggere anche il pretore Publio Varinio e i suoi luogotenenti sottraendogli persino i cavalli e soprattutto i simboli littori dell'esercito. La fama di Spartaco si diffuse ben presto in tutta l'Italia e anche altrove. Via via che Spartaco avanzava si univano a lui schiavi e soprattutto i veterani, ricordiamo che erano ex commilitoni di Spartaco. In breve nell'estate del 73 a. C. Spartaco poteva contare su un vero e proprio esercito composto da 70 000 uomini e con tanto di cavalleria, grazie ai cavalli sottratti a Publio Varinio. Intanto arrivavano schiavi da tutte le parti d'Italia. Tutta l'Italia meridionale era in balìa di Spartaco e del suo seguito. La rivolta era partita.
Spartaco da Napoli si mosse verso l'adriatico, verso Ancona. Il console Claudiano lo aspettava in armi. Spartaco ottenne un'altra grande vittoria riuscendo di nuovo a mettere in fuga l'esercito romano. L'avanzata del gladiatore ora sembrava inarrestabile. Spartaco raggiunse la pianura padana e si accampò sul fiume Po. Il suo intento era quello di tornare nella sua amata e rimpianta terra, la Tracia.
Quando tutto sembrava arridere a Spartaco a Roma successe un fatto molto importante per le sorti dell'ex gladiatore. Marco Licinio Crasso fu investito del comando di proconsole per l'esercito. Crasso mise mano all'esercito ristrutturandolo dall'interno, arruolò volontari e ripristinò la vecchia e dura disciplina militare. In pratica con Crasso non si scherzava. Chi avesse osato aiutare Spartaco sarebbe stato ucciso. Pian piano si chiusero per Spartaco tutte le porte delle città in cui cercava di entrare. Ben presto tutta l'Italia si dimostrò ostile nei confronti di questo scomodo schiavo. Spartaco decise all'improvviso e stranamente di scendere verso Sud, si rifugia a Metaponto, poi nel Bruzzio.
Non si è mai risuciti a capire del perchè Spartaco, oramai vicino alle Alpi e quindi al confine, sia tornato sui suoi passi e fatto marcia indietro. Varie ipotesi si sono fatte a riguardo. Una delle più gettonate però riguarda il fatto che Spartaco si sarebbe fatto convincere dal suo seguito che in piena e totale euforia avrebbe voluto saccheggiare Roma. Non sapremo mai come sono andate realmente le cose, resta il fatto che invece di continuare la sua marcia verso la libertà, Spartaco ritornò verso Sud. Quindi cerca di portare il suo esercito in Sicilia, fidandosi dei pirati. Mai fidarsi dei pirati. Infatti questi lo tradiscono. A Spartaco non resta che ritornare mestamente in Campania. A Crasso non resta che rimanere a guardare, per adesso, aspettando che il tempo faccia il resto. Crasso, infatti, rimane a Roma in attesa di infliggere il colpo definitivo al suo odiato nemico. Il tempo era oramai maturo per porre fine alla rivolta di Spartaco. Ma mai nessuno si sarebbe aspettato una simile vendetta da parte di Crasso. I due eserciti si fronteggiarono sulla pianura del Sele. Questa volta gli schiavi subirono una bruciante sconfitta da parte dell'esercito romano. Spartaco combatté fino alla fine rimanendo ucciso anche lui. In prima fila fino alla fine. Gli schiavi uccisi furono 50 000. Ma sarebbe stato meglio morire. I 6000 schiavi che rimasero furono, infatti, fatti crocifiggere da Crasso lungo tutta la via Appia, da Capua fino a Roma.
Emilio Isolda.
Spartaco da Napoli si mosse verso l'adriatico, verso Ancona. Il console Claudiano lo aspettava in armi. Spartaco ottenne un'altra grande vittoria riuscendo di nuovo a mettere in fuga l'esercito romano. L'avanzata del gladiatore ora sembrava inarrestabile. Spartaco raggiunse la pianura padana e si accampò sul fiume Po. Il suo intento era quello di tornare nella sua amata e rimpianta terra, la Tracia.
Quando tutto sembrava arridere a Spartaco a Roma successe un fatto molto importante per le sorti dell'ex gladiatore. Marco Licinio Crasso fu investito del comando di proconsole per l'esercito. Crasso mise mano all'esercito ristrutturandolo dall'interno, arruolò volontari e ripristinò la vecchia e dura disciplina militare. In pratica con Crasso non si scherzava. Chi avesse osato aiutare Spartaco sarebbe stato ucciso. Pian piano si chiusero per Spartaco tutte le porte delle città in cui cercava di entrare. Ben presto tutta l'Italia si dimostrò ostile nei confronti di questo scomodo schiavo. Spartaco decise all'improvviso e stranamente di scendere verso Sud, si rifugia a Metaponto, poi nel Bruzzio.
Non si è mai risuciti a capire del perchè Spartaco, oramai vicino alle Alpi e quindi al confine, sia tornato sui suoi passi e fatto marcia indietro. Varie ipotesi si sono fatte a riguardo. Una delle più gettonate però riguarda il fatto che Spartaco si sarebbe fatto convincere dal suo seguito che in piena e totale euforia avrebbe voluto saccheggiare Roma. Non sapremo mai come sono andate realmente le cose, resta il fatto che invece di continuare la sua marcia verso la libertà, Spartaco ritornò verso Sud. Quindi cerca di portare il suo esercito in Sicilia, fidandosi dei pirati. Mai fidarsi dei pirati. Infatti questi lo tradiscono. A Spartaco non resta che ritornare mestamente in Campania. A Crasso non resta che rimanere a guardare, per adesso, aspettando che il tempo faccia il resto. Crasso, infatti, rimane a Roma in attesa di infliggere il colpo definitivo al suo odiato nemico. Il tempo era oramai maturo per porre fine alla rivolta di Spartaco. Ma mai nessuno si sarebbe aspettato una simile vendetta da parte di Crasso. I due eserciti si fronteggiarono sulla pianura del Sele. Questa volta gli schiavi subirono una bruciante sconfitta da parte dell'esercito romano. Spartaco combatté fino alla fine rimanendo ucciso anche lui. In prima fila fino alla fine. Gli schiavi uccisi furono 50 000. Ma sarebbe stato meglio morire. I 6000 schiavi che rimasero furono, infatti, fatti crocifiggere da Crasso lungo tutta la via Appia, da Capua fino a Roma.
Emilio Isolda.
martedì 19 febbraio 2008
Gli schiavi nell'antica Roma e le premesse della rivolta di Spartaco di Emilio Isolda
Ma come si è arrivati alla rivolta di Spartaco? Quali furono le circostanze che portarono gli schiavi a ribellarsi? E in definitiva chi erano questi schiavi? Quale il loro ruolo e la loro funzione? E poi tutti i gladiatori erano degli schiavi?
Bene. Per dare risposa a queste ed ad altre domande bisogna fare un passo indietro e perciò allargare ed abbracciare con lo sguardo un fenomeno estremamente importante e molto diffuso nella Roma tardo repubblicana, fenomeno che era però, non bisogna dimenticarlo, cominciato molti secoli addietro e che proseguirà fino a quando il Cristianesimo pose fine a tale pratica.
Dobbiamo prima di tutto sgombrare il campo dagli equivoci e non giudicare la schiavitù in base al nostro retaggio culturale e a quello che amo definire il nostro panorama culturale.
Dobbiamo invece cercare di calarci totalmente nella realtà di quell’epoca. Non va dimenticato che i fatti che stiamo prendendo in esame si svolsero più 2000 anni fa, praticamente un abisso.
Gli schiavi erano uno dei motori principali dell’economia romana. C’erano schiavi di tutte le nazionalità e anche, almeno per un certo periodo limitato di tempo, cittadini romani che caduti in disgrazia e oberati dai debiti cadevano in schiavitù. Ma questo stato di cose, almeno per gli schiavi cittadini di Roma. ebbe termine nel 226 a.C. quando la rivolta della plebe costrinse letteralmente il senato, asserragliato davanti alla Curia (sede appunto del senato romano), ad abolire la schiavitù per debiti.
Gli schiavi a Roma quindi per la maggior parte erano stranieri e giungevano dai numerosi bottini di guerre. Bisogna dire però che gli schiavi, dopo le numerosissime guerre affrontate da Roma alla metà del II secolo a. C., divennero assolutamente necessari e forse i soli, in alcuni casi, a condurre quell’attività agricola che era il motore principale di tutta l’economia romana in età repubblicana. Gli schiavi giungevano a Roma dalle terre assoggettate al potere da parte di Roma e venivano venduti, con grande guadagno, da parte dello Stato romano. Una volta giunti a Roma questi erano venduti in pubbliche piazze nei mercati di Roma e in altre città italiche. A comprarli erano i cittadini romani ma anche, questo soprattutto nel II a. C., veri e propri impresari di schiavi, impresari che possiamo equiparare per la loro funzione ai nostri “caporali” che radunano la manovalanza irregolare per l’edilizia, uso un termine attualissimo ma penso che dia bene l’idea di ciò che io voglia qui dire. Questi impresari-caporali compravano questi schiavi e poi organizzavano delle vere e proprie compagnie di schiavi che erano venduti alle aziende agricole sparse in tutto il territorio romano. Gli schiavi potevano essere poi trasferiti da un’azienda ad un’altra in base alle necessità occasionali di quest’ultime. Gli schiavi vivevano in ripari di fortuna, chiamate dai romani ergastula, donde il nome di ergastolo, la pena più severa che esiste in Italia oggi.
La condizione degli schiavi era assolutamente, come possibile immaginare, degradante e umiliante. Questa condizione era riservata però non a tutti gli schiavi ma a coloro che lavoravano la terra e che quindi non vivevano nella casa del pater familias. Il discorso è molto diverso per chi invece, schiavo, viveva a stretto contatto con la famiglia cui faceva da servitore. Anzi sappiamo dalle fonti che una delle pratiche più comuni che riguardavano gli schiavi era quella della manumissio ossia l’affrancamento dello schiavo dalla sua condizione. Come si può ben capire la manumissio era concessa a quegli schiavi che dopo anni ed anni di onorato servizio avevano raggiunto una tale fiducia da parte del padrone che potevano oramai guadagnare la loro libertà. La manumissio poi portava al conseguente status libertatis, cioè stato di liberto…condizione di libertà. Questa era l’eccezione. La regola era una vita da miserabile. Gli schiavi erano considerati non persone, ma alla stregua di animali o di cose. Il mangiare assolutamente poco e di poco valore nutritivo; i vestiti erano praticamente pochi stracci messi in malo modo per coprire e non per proteggere dal clima. Il desiderio di riscattarsi doveva essere insito quindi nell’animo di ciascuno di questi poveri uomini. Le ribellioni, almeno quelle degne di considerazione, sono state tre e sono conosciute con il nome di guerre servili. Le prime due scoppiarono in Sicilia e tutte nella zona di Enna. La prima nel 135 a. C. guidata da uno schiavo di nome Euno ma che venne soffocata nel sangue dal console Publio Rupilio. La seconda scoppiata nel 104 a. C. sempre, come abbiamo detto, ad Enna. Questa fu guidata da uno schiavo di nome Salvio, originario della Cilicia e alla morte di questi ripresa da Atenione. La ribellione fu soffocata dal console Aquilio. L’ultima rivolta è quella più famosa e fece davvero tremare Roma. È la rivolta di Spartaco. Di questa però parleremo un altro giorno. Un caro saluto a tutti.
Bene. Per dare risposa a queste ed ad altre domande bisogna fare un passo indietro e perciò allargare ed abbracciare con lo sguardo un fenomeno estremamente importante e molto diffuso nella Roma tardo repubblicana, fenomeno che era però, non bisogna dimenticarlo, cominciato molti secoli addietro e che proseguirà fino a quando il Cristianesimo pose fine a tale pratica.
Dobbiamo prima di tutto sgombrare il campo dagli equivoci e non giudicare la schiavitù in base al nostro retaggio culturale e a quello che amo definire il nostro panorama culturale.
Dobbiamo invece cercare di calarci totalmente nella realtà di quell’epoca. Non va dimenticato che i fatti che stiamo prendendo in esame si svolsero più 2000 anni fa, praticamente un abisso.
Gli schiavi erano uno dei motori principali dell’economia romana. C’erano schiavi di tutte le nazionalità e anche, almeno per un certo periodo limitato di tempo, cittadini romani che caduti in disgrazia e oberati dai debiti cadevano in schiavitù. Ma questo stato di cose, almeno per gli schiavi cittadini di Roma. ebbe termine nel 226 a.C. quando la rivolta della plebe costrinse letteralmente il senato, asserragliato davanti alla Curia (sede appunto del senato romano), ad abolire la schiavitù per debiti.
Gli schiavi a Roma quindi per la maggior parte erano stranieri e giungevano dai numerosi bottini di guerre. Bisogna dire però che gli schiavi, dopo le numerosissime guerre affrontate da Roma alla metà del II secolo a. C., divennero assolutamente necessari e forse i soli, in alcuni casi, a condurre quell’attività agricola che era il motore principale di tutta l’economia romana in età repubblicana. Gli schiavi giungevano a Roma dalle terre assoggettate al potere da parte di Roma e venivano venduti, con grande guadagno, da parte dello Stato romano. Una volta giunti a Roma questi erano venduti in pubbliche piazze nei mercati di Roma e in altre città italiche. A comprarli erano i cittadini romani ma anche, questo soprattutto nel II a. C., veri e propri impresari di schiavi, impresari che possiamo equiparare per la loro funzione ai nostri “caporali” che radunano la manovalanza irregolare per l’edilizia, uso un termine attualissimo ma penso che dia bene l’idea di ciò che io voglia qui dire. Questi impresari-caporali compravano questi schiavi e poi organizzavano delle vere e proprie compagnie di schiavi che erano venduti alle aziende agricole sparse in tutto il territorio romano. Gli schiavi potevano essere poi trasferiti da un’azienda ad un’altra in base alle necessità occasionali di quest’ultime. Gli schiavi vivevano in ripari di fortuna, chiamate dai romani ergastula, donde il nome di ergastolo, la pena più severa che esiste in Italia oggi.
La condizione degli schiavi era assolutamente, come possibile immaginare, degradante e umiliante. Questa condizione era riservata però non a tutti gli schiavi ma a coloro che lavoravano la terra e che quindi non vivevano nella casa del pater familias. Il discorso è molto diverso per chi invece, schiavo, viveva a stretto contatto con la famiglia cui faceva da servitore. Anzi sappiamo dalle fonti che una delle pratiche più comuni che riguardavano gli schiavi era quella della manumissio ossia l’affrancamento dello schiavo dalla sua condizione. Come si può ben capire la manumissio era concessa a quegli schiavi che dopo anni ed anni di onorato servizio avevano raggiunto una tale fiducia da parte del padrone che potevano oramai guadagnare la loro libertà. La manumissio poi portava al conseguente status libertatis, cioè stato di liberto…condizione di libertà. Questa era l’eccezione. La regola era una vita da miserabile. Gli schiavi erano considerati non persone, ma alla stregua di animali o di cose. Il mangiare assolutamente poco e di poco valore nutritivo; i vestiti erano praticamente pochi stracci messi in malo modo per coprire e non per proteggere dal clima. Il desiderio di riscattarsi doveva essere insito quindi nell’animo di ciascuno di questi poveri uomini. Le ribellioni, almeno quelle degne di considerazione, sono state tre e sono conosciute con il nome di guerre servili. Le prime due scoppiarono in Sicilia e tutte nella zona di Enna. La prima nel 135 a. C. guidata da uno schiavo di nome Euno ma che venne soffocata nel sangue dal console Publio Rupilio. La seconda scoppiata nel 104 a. C. sempre, come abbiamo detto, ad Enna. Questa fu guidata da uno schiavo di nome Salvio, originario della Cilicia e alla morte di questi ripresa da Atenione. La ribellione fu soffocata dal console Aquilio. L’ultima rivolta è quella più famosa e fece davvero tremare Roma. È la rivolta di Spartaco. Di questa però parleremo un altro giorno. Un caro saluto a tutti.
giovedì 14 febbraio 2008
Alla ricerca della libertà: Spartaco di Emilio Isolda
Ciao a tutti. Sono un professore di storia dell'arte di Bologna. Quest'anno però insegno sul sostegno a Crevalcore in una scuola professionale. La mia passione è ovviamente l'arte. Intendo l'arte però in un'accezione molto ampia del termine. I miei interessi infatti vertono sia sulla pittura cosiddetta "alta" sia sui segni che vengono lasciati dai graffitari sui muri delle nostre città. Vado spesso a vedere mostre e città, in particolare, anzi esclusivamente, in Italia. Si mi piace andare a fare viaggi nel nostro paese. Userò questo mio blog oltre per raccontare i miei pensieri e per descrivere i miei viaggi, per cercare di farvi emozionare non tanto con le mie frasi o parole ma tramite ciò che guarderò narrandone la storia, i significati, anche quelli più nascosti. Se leggendo uno dei miei resoconti sarete poi incurioisti ed intraprenderete un viaggio nella località che vi ho descritto il mio fine sarà ragiunto. L'Italia possiede veramente tanto, anzi secondo me troppo. Questo è un grande paradosso. Da una parte per usare un bruttissimo termine, ma che rende bene l'idea, i nostri "giacimenti culturali" producono tanta ricchezza, non è un caso che si sia usato infatti il termine di giacimenti da cui estrarre denaro e risorse. E qui niente di male, anzi ben venga. Non sono uno di quelli che lamenta, eppure in cuor mio a volte non posso proprio trattenermi, dicevo che non sono uno di quelli che punta il dito sulle condizioni incredibili cui sono sottoposti quotidianamente i nostri monumenti e opere d'arte, ovviamente qui si tratta delle più famose. Condizioni che derivano dagli sciami turbinosi di turisti che si riversano dentro ai nostro monumenti più famosi...ma è il prezzo da pagare....e i soldi per i restauri, per la conservazione ela valorizzazione del nostro patrimonio culturale vengono quasi, ahimé da questa fonte...Ma lasciamo stare gli aspetti negativi. Meglio soffermarsi sui viaggi e sulle emozioni che questi provocano. Inizio non dall'ultimo viaggio che ho fatto. Ma da un viaggio che toccò la mia città natale, l'antica Capua. Si tratta di un viaggio che feci quando avevo 18 anni, quindi undici anni fa, visti cho ho adesso 29 anni. Ricordo che io sono originario di un paesino in provincia di Caserta. Dunque l'antica Capua, che oggi si chiama Santa Maria Capua Vetere. Proprio in questa città sono nato il 7 Novembre del 1978. Prima tappa l'anfiteatro romano, uno degli anfiteatri meglio conservati di tutta la storia romana. Questo anfiteatro vide nascere una clamorosa rivolta di schiavi. Siamo nel 73 a.C. A capo dei rivoltosi c'era un pastore originario della Tracia, una regione dei Balcani, tra il Mar Egeo e il Mar Nero. Un pastore irruento e che non voleva soccombere al potere romano. Una delle frasi più famose di questo pastore ribelle:"meglio morire che morire per far diverite i romani", riesce ad illustrare meglio di tanti altri commenti postumi il carattere del pastore frigio. Questo pastore passò poi alla storia con il nome di Spartaco, il gladiatore che fece tremare Roma. Ma questi non era, come si può facilmente immaginare solo, ma riuscì a trascinare nella lotta circa duecento gladiatori. La sua avventura, insieme al resoconto di questo viaggio, ve la racconto domani perchè ora devo andare...Un caro saluto a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di leggere tutto lo scritto...a domani
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